Giochi della memoria, Little Master

di Gaetano Cutri Commenta


E’ stato in special modo nel periodo in cui le console per videogiochi hanno avuto un primo effettivo boom, ovvero quando quelle a 16 bit hanno visto la luce nei mercati di tutto il mondo organizzando la battaglia principale tra Sega e Nintendo, che le storie dei giochi stessi hanno visto un certo accartocciamento su loro stesso, presentando quasi sempre lo stesso filone e lo stesso storyboard, più o meno qualunque fosse il genere di appartenenza.

Che fosse per un platform, per un’avventura o un gioco di ruolo, poteva capitare spesso di incontrare una trama che raccontasse di un regno pacifico che dopo anni ed anni di pura tranquillità, si ritrova a ferro e fuoco a causa del cattivone di turno, affidando il compito di rimettere tutto a posto soltanto ad un giovane e poco attrezzato ragazzetto del villaggio in questione. Esattamente coerente con questo tipo di trama era anche il simpatico Little Master.


Il gioco arrivò sugli scaffali dei negozi negli anni ’90 per sollazzare i possessori di un Super Nintendo e gli acquirenti potevano trovarsi tra le mani un gioco che apparteneva a tutti gli effetti ad uno strategico a turni, pur mascherando la precisione e la linearità di un gioco appartenente a questo genere, con un’ironia di fondo ed un character design decisamente accattivante, molto vicino allo stile manga che trovò grande lustro proprio in quel periodo.

A differenza dei più seri colleghi dello stesso filone, Little Master offriva un bagaglio di personaggi, sia positivi che appartenenti alle fila nemiche, spesso sui generis, quasi come un Disgaea ante-litteram. Ecco quindi arrivare pirati scheletro pronti a perdere la testa dopo un paio di colpi assestati per poi correre a recuperarla, nonché uomini toro dal cazzotto facile. Strategia e simpatia formarono quindi un giusto mix per rendere Little Master appetibile ad un target alquanto variegato.

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