Stati Uniti, i videogiochi sono protetti dalla costituzione

di Giovanni Ferlazzo Commenta

È una sentenza storica quella che è arrivata negli Stati Uniti lunedì pomeriggio che ha visto la Corte Suprema degli Stati Uniti confermare come i videogiochi rientrino nel Primo Emendamento che tutela la libertà di espressione per libri e film.

Ma per scoprire perché bisogna risalire al 2005, quando l’ormai ex-governatore della California Arnold Schwarznegger promulgò una legge che mirava a vietare la vendita dei videogiochi dedicati ad un pubblico adulto ai minori di età. Questo chiaramente avrebbe influito direttamente sulla libertà d’espressione di publisher e sviluppatori che eventualmente spaventati di vedersi diminuire notevolmente i volumi di vendita da un provvedimento del genere, sarebbero stati probabilmente costretti a mutare del tutto la propria libertà d’espressione per un certo tipo di prodotti.

La legge prevedeva peraltro una sanzione di 1.000 dollari per i commercianti che non avessero rispettato la normativa. Ad ogni modo, la Corte Suprema degli Stati Uniti si è espressa nettamente a favore dei videogiochi con sette voti favorevoli ed appena due contrari, rivendicando il diritto della libertà d’espressione che anche ai videogiochi “deve” appartenere.

Si precisa comunque che non tutelare il pubblico giovanissimo da prodotti evidentemente al quale non è destinato, esattamente come accade con cinema e letteratura, sarebbe un grave errore ma non per questo bisogna costringere all’auto-censura gli sviluppatori. Da anni è ormai in vigore negli Stati Uniti l’ESRB, l’equivalente del nostro PEGI, che indica chiaramente nella confezione se un determinato prodotto è consigliato ad una fascia d’età o meno, dunque “scagionando” definitivamente gli autori da eventuali messaggi non lasciati trasparire prima dell’acquisto.

Forse più che per pensare ad una censura dura che neanche si vedrebbe in uno stato di Polizia, bisognerebbe avere l’accortezza di educare i genitori ai vari sistemi di classificazione che sono studiati proprio per evitare che un prodotto finisca nelle mani di un consumatore al quale i suoi contenuti sarebbero sconsigliati. Per fortuna, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto prevalere il buon senso.

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