GTA, la violenza e il “mostro” che è là fuori

di Redazione 2

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I fatti sono questi: in Louisiana, un bimbo di otto anni ha preso una pistola ed ha ucciso a sangue freddo la nonna, una donna di novant’anni che stava guardando tranquillamente la TV in salotto. Ma chi è quel folle che ha consentito ad un bambino di otto anni di maneggiare una pistola, per giunta carica? Verrebbe naturale chiederselo, giusto? E invece no.

Secondo molti giornali ed emittenti televisive (fra cui la “nostra” Rai), la vera notizia è che il piccolo omicida prima di commettere il suo folle gesto stava giocando con la sua PS3. A GTA4.

Apriti cielo! Decine di penne dal grilletto facile (e dal pregiudizio sempre in tasca) hanno sparato a zero su Grand Theft Auto e la sua nota capacità di trasformare dei piccoli angioletti in assassini assetati di sangue.

La pistola? Sarà un gadget allegato alla limited edition del gioco, avranno pensato i giornalisti di cui sopra. D’altronde chi se ne frega. Se un ragazzino viene lasciato a sé stesso in una casa dove le armi sono alla mercé del primo che passa, la colpa è chiaramente di GTA.

A chi, dopo aver giocato a un gioco violento non è venuta voglia di ammazzare qualcuno? È questo il messaggio che si vuole lasciar passare. Perché così si rassicura la gente. In fondo è una grossa liberazione sapere di essere tutti genitori-modello, che il mostro videoludico è la fuori e basta non farlo entrare in casa per vivere felici e contenti.

Perché i videogiochi, sì, quelli possono condizionare la vita. Ma la vita deve essere finta come un videogioco, quelli rassicuranti e senza mostri-cattivoni, naturalmente.

Commenti (2)

  1. Prima che il fenomeno videoludico diventasse un fatto di massa, e quindi l’opinione pubblica in qualche modo vi si assuefacesse, chi si divertiva con gli home computer da piccolo come me veniva sfottuto in maniera feroce, in quanto la maggioranza, non videoludica, si compattava e autodefiniva il suo ruolo nel mondo contro la minoranza del caso, come sempre avviene in qualsiasi ambito sociale, dalla scuola al lavoro allo svago.

    Ma il collante di tutto ciò secondo me era l’ignoranza, nel senso di mancata conoscenza e comprensione del fenomeno.

    Ora, le penne dal grilletto facile e dal pregiudizio sempre in tasca citate dall’autore dell’articolo fanno parte, nel mondo attuale, loro stesse di una minoranza, quella che non ha familiarità con il mondo dei videogiochi e dei videogiocatori, ambito che attualmente è di dimensioni sconfinate, per il denaro che smuove e per il numero degli utenti coinvolti.

    In pratica sono una cerchia ristretta di benpensanti che elargiscono profumatamente il loro buonsenso e il loro moralismo, rassicurando i pochi che, vuoi per anzianità, vuoi per discronia carattiale con la realtà, ancora non hanno fatto i conti con la modernità, sul fatto che tutto ciò che odiano perché non arrivano a comprenderlo sia a buon titolo definibile come MALE ASSOLUTO.

    E se il male esiste ed è tangibile, come in questo caso sembrerebbe tale, esso diviene anche la causa principale di tutti i comportamenti brutti o criminali dei ragazzi attuali, visto che così per i genitori è anche più comodo lavarsi la propria coscienza.

    Questa è in sintesi secondo me la disamina del problema riguardo alle accuse e al disprezzo con cui hanno sempre avuto a che fare i videogiocatori di tutte le epoche informatiche.

  2. Edit “caratteriale”, sorry 🙂 .

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